Lo so. Questa introduzione è un po’ inusuale. La cosa divertente, per me, è che ho scritto qualcosa che si può capire solo alla fine del libro quando si è riusciti ad entrare, almeno un po’, nella mia fantasia.

L’ho scritta poco prima di scrivere l’epilogo. Che volete farci? Non sapevo cosa avrei voluto dire all’inizio del libro e così è rimasta lì, in attesa di essere chiamata a partecipare.

Avrei potuto dare una spiegazione a quello che sarebbe venuto dopo o fare un bel giro di parole per parlare del più e del meno. Ma niente di tutto questo mi soddisfaceva veramente . L’ho scritta e riscritta fermandomi tante volte alle prime frasi senza trovare il bandolo della matassa. Non veniva fuori niente che mi desse veramente soddisfazione.

In fondo si tratta solo di un libro di racconti, mi sono detto. Non devo realmente introdurre o spiegare alcunché. E così sono partito proprio da lì: un racconto ancora più breve, appena accennato. Come un aperitivo prima del pranzo. Un assaggio. Uno spilucco con le dita… che tanto poi il meglio viene dopo…

Nei brani successivi ho sempre preferito dare importanza alle piccole cose o, addirittura, cercare di mostrare la situazione senza veramente dirlo. Bisogna leggere tra le righe. Interpretarla. Sentirla dentro.

Qui succede esattamente lo stesso: quello che viene mostrato, in realtà non è ciò che è. Solo una sua piccola metafora. Va interpretata, insomma.

Un piccolo suggerimento però bisogna veramente darlo. Non posso pretendere che tutti siate nella mia mente! Il primo personaggio a cui tendo la mano è il protagonista del primo racconto… quello che esce prima di tutti gli altri. Che viene fuori da un posto che neppure io conoscevo di me stesso…

Ora avete capito?

Beh, io non ve l’ho detto!

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