Cari genitori è uno di quei racconti ai quali sono più legato. Mi fa venire sempre un nodo alla gola anche quando lo rileggo adesso che il libro è finito. Scriverlo mi ha emozionato a tal punto che non ho neppure voluto rileggerlo. Andava bene così, alla prima scrittura. E seriamente non l’ho fatto, per quanto possa sembrare strano. L’ho ricontrollato solo qualche tempo dopo, durante la fase di editing ma non ho toccato una sola parola di quello che avevo scritto. È uscito così come esce l’acqua da una fonte di montagna: limpida, fresca, pulita.

Nonostante sia ambientato durante la Grande Guerra, ho cercato di fare uscire il meglio del personaggio e di tutti i sentimenti che sono nascosti dentro l’animo di un ragazzo che vede in faccia la morte ogni giorno. Eppure riesce ad essere felice di quelle poche, semplici cose che lo circondano e lo fanno sognare di una vita migliore. E io me lo immagino così, sorridente con degli occhi ancora puri nonostante quello che hanno visto. Occhi che guardano al futuro con la speranza di chi ha ancora una vita davanti da scoprire.

Da vivere.

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